Sei giovani artisti di Ragusa

La specificità geografica della Sicilia rispetto al Mediterraneo ed all’Europa, nonché la sua insularità, unitamente alla ricchezza e varietà del suo patrimonio artistico, hanno fatto sì che fra gli artisti originari dell’isola, appartenenti alle più disparate tendenze, si avvertisse spesso un “genius loci”, un’identità artistica riconoscibile in grado di resistere tenacemente a quei fenomeni, ormai dilaganti all’interno del sistema dell’arte contemporanea, di omologazione culturale e di livellamento estetico. La Sicilia, infatti, è stata spesso indicata tanto dai suoi scrittori quanto dai suoi pittori, scultori, fotografi, come metafora dell’essere-nel-mondo, come rappresentazione di un atteggiarsi di fronte alla realtà contraddistinto da un sentimento disatteso di apertura al mondo e agli uomini. Si ripropone pertanto costantemente nell’arte e nella letteratura dei siciliani la dicotomia topica luce-tenebra, gioia-dolore, vita-morte, Eros-Thanatos che testimonia di un conflitto, di un corpo a corpo con la realtà, di un desiderio mai arreso di felicità e del suo inevitabile scacco. Secondo lo scrittore di Comiso Gesualdo Bufalino, autore de La luce e il lutto, è proprio la luce del sud,  così vivida e prorompente, a segnare l’animo degli isolani, dal momento che il suo lucore infonde gioia, ma la sua accecante intensità, la sua parte “luttuosa”, genera malinconia e dolore; Alberto Moravia riconosceva nei paesaggi del pittore Piero Guccione, originario di Scicli, “una specie di luminismo onirico fatto di tenebre, di illuminazioni e ottenebramenti, di sprofondamenti nel buio e di emersioni nella luce”.
L’obbiettivo di questa breve ricognizione sul lavoro di sei giovani artisti siciliani non è l’esaltazione campanilistica di una fittizia identità insulare o di un colore locale, ma è quello di delineare l’abbozzo di una composita geografia artistica dell’arte siciliana contemporanea a partire dai maggiori centri del ragusano – Modica, Vittoria, Scicli, Ragusa, Rosolini – che si contraddistinguono come centri attivi di produzione e di scambio culturale. Ciò che emerge è la forza inventiva dirompente di molte personalità artistiche degne di considerazione.
Guglielmo Manenti (Modica 1976), pittore, illustratore, fumettista, vignettista, concepisce l’arte come strumento di trasformazione dell’esistente. Le prime vignette contro il Muos di Niscemi, risalenti al 2014, testimoniano un forte impegno sociale e civile. Esse attingono alla cultura pop e ai fumetti. Il personaggio più noto della matita di Manenti è Micky Muos, alter ego di Topolino, protagonista di un fumetto distribuito in alcune scuole elementari e medie siciliane.
La fotografia di Daniele Cascone (Ragusa 1977), di chiara impronta surrealista, tende all’essenziale, alla purezza delle cose e delle forme e, al tempo stesso, a spingere la realtà oltre i propri limiti. Il soggetto prediletto dal fotografo è la donna, spesso nuda e gravida, celebrata sia per la sua capacità di generare e accogliere la vita sia in quanto personificazione della bellezza, della fertilità della natura mediterranea e più in generale della terra, uno degli elementi naturali con cui l’uomo è costantemente a contatto.
Giovanni Blanco (Ragusa 1980) contamina la pittura con la fotografia, la scultura con il ready-made, per indagare il rapporto che intercorre tra pratica artistica e identità storico-culturale: nel ciclo di dipinti Meraviglia delle Meraviglie la figura del popolare freak siculo-americano Frank Lentini, l’uomo con tre gambe, simboleggia non soltanto la Sicilia, chiamata dai Greci appunto Τρινακρία, ma anche il destino di esuli dei siciliani, costretti, oggi come ieri, ad emigrare in cerca di un futuro, nonchè il loro sentirsi estranei alla vita, il loro “farsi isola”.
Sasha Vinci (Modica 1980) si avvale della pittura, dell’installazione e della perfomance site-specific per richiamare l’attenzione delle istituzioni sul degrado urbano delle città del sud Italia e sui rischi ecologici e ambientali. Nel maggio del 2017, insieme all’artista Maria Grazia Galesi, con cui collabora dal 2012, ha dato vita al progetto artistico denominato La terra dei fiori per riabilitare agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine della cosiddetta terra dei fuochi, una vasta area compresa tra la provincia di Napoli e di Caserta. Il fiore, infatti, è simbolo del risveglio della natura e della fragilità dell’ecosistema.
Nei dipinti a olio o acrilico, nei disegni a grafite, matite colorate, negli acquerelli di Giovanni Robustelli (Vittoria 1980) rivivono antichi miti mediterranei, come nel ciclo Apollo e Dafne in cui tra eleganze lineari e raffinatezze cromatiche la progressiva metamorfosi vegetale della ninfa scandisce le fasi di un farsi natura.
Nella pratica artistica di Ettore Pinelli (Modica 1984) confluiscono disegno, pittura e fotografia. Pinelli seleziona immagini documentaristiche, dimenticate o censurate, attinte dal piccolo schermo, che mostrano il prevalere degli impulsi aggressivi dell’uomo sulla sua natura pensante e razionale, per sottoporle a un processo di rielaborazione formale e intensificazione espressiva.

Articolo apparso in La camera dello scirocco, periodico di arte cultura e società dell’Accademia di Belle Arti “Michelangelo” di Agrigento. Anno II, Aprile 2018, pp. 51-52.

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