L’informale materico di Carmen Spigno

La ricerca di Carmen Spigno si inquadra sia nell’ambito dell’informale materico che della sand painting, la pittura con terre e sabbie praticata da millenni dagli indiani d’America e dagli aborigeni dell’Australia, e tematizza, in chiave ambientalista, il rapporto tra uomo e natura. La centralità della tematica ecologista è suggerita dall’impiego di materiali umili, esclusivamente naturali ed ecocompatibili, come le terre colorate utilizzate come pigmenti; la resina degli alberi da frutto diluita in acqua utilizzata come legante; la carta impiegata come supporto.
Le terre, scure, bianche, marroni, ocra, arancio, rosse, vinaccia, provengono dalla Provenza, da una regione limitrofa alla Liguria, terra in cui l’artista da sempre risiede e opera. La loro colorazione varia in base alla composizione chimica e mineralogica: le terre bianche contengono bismuto, le terre rosse ferro; invece le terre verdi-bluastre, prelevate nei pressi di Voltaggio (Al) sono composte prevalentemente da rame. Per la realizzazione di alcune delle opere del ciclo Terre lontane Spigno si è avvalsa di pigmenti gialli ricavati dalla polvere di tufo, la pietra che contraddistingue il paesaggio e il profilo urbano dei centri dell’agrigentino.
Spigno realizza le sue opere eseguendo una sorta di sinopia o di disegno preparatore. Successivamente il colore, ottenuto da pigmenti e resine e naturali, viene steso sul supporto con il pennello o sovrapponendo una parte del foglio all’altra con una pressione che può essere più o meno intensa.
Questo procedimento conferisce agli elementi visuali il carattere di impronte uniche, di segni irripetibili, di puri significanti, integralmente vincolati alla singolarità e unicità del gesto, alla pressione esercitata dalle mani sul foglio. Come dichiara Jacques Lacan nel saggio Lituraterre, “la singolarità della mano annienta l’universale”, dove per universale deve intendersi il significato, il contenuto di qualsiasi equazione simbolica. Nelle opere di Spigno il segno non può essere disgiunto dall’atto, dal gesto che singolarmente lo realizza. Il segno-gesto non intende veicolare nessun contenuto narrativo, non rinvia ad alcun referente, il suo potere di significazione eccede e non manifesta nient’altro che l’energia primordiale dell’inconscio.
L’artista lascia che i materiali parlino da soli: la terra, in cui si sedimenta la memoria collettiva e millenaria dell’umanità, dalla quale l’uomo ha sempre tratto sostentamento, evoca inequivocabilmente il grembo materno e il suo potere rigenerativo e procreativo. Manipolare le terre diventa allora un modo per attingere, con i mezzi dell’arte, alla linfa vitale della natura, per porsi in auscultazione dei suoi ritmi e dei suoi cicli fino ad identificarsi con essa.